Ti racconto una fiaba o una favola?

Questo blog nasce dall’attività di arteterapeuta cantastorie, laddove le storie che narro sono principalmente fiabe. Fiabe o favole? Nel mio lavoro di formatrice riscontro molto spesso che questi termini vengono usati impropriamente con la stessa valenza: siamo abituati a pensare che siano sinonimi. Eppure non è così.

I due vocaboli hanno la stessa etimologia, derivano infatti dal termine latino fabula, derivante a sua volta dal verbo for, faris, fatus sum, fari che significa “dire”, “raccontare”. Tuttavia, essi indicano due diversi generi narrativi, che differiscono per alcuni aspetti facilmente riconoscibili. 

Le favole sono generalmente composizioni brevi, che hanno come protagonisti gli animali, più raramente piante o oggetti inanimati. Si tratta di personaggi realistici, anche se caratterizzati da aspetti magici, basti pensare agli animali dotati di linguaggio, comportamenti e difetti dell’uomo. La fiaba ha invece una struttura più complessa, e mette in scena storie senza tempo ne luogo, in cui i protagonisti si ritrovano ad affrontare situazioni difficili. I personaggi sono solitamente rappresentati da uomini e donne, accompagnati da orchi, fate, folletti, ecc, ovvero esseri dai tratti fantastici.

Le favole possono essere in prosa o in versi, e possiedono una certa valenza artistica.  Sono state inoltre prodotte con intenti moralistici, a volte anche satirici o politici. Le fiabe, diversamente, sono composizione in prosa che non hanno necessariamente una morale ne un fine pedagogico, e nel caso in cui presentino morale, non è centrale ai fini della narrazione. Hanno invece alle spalle la tradizione popolare, essendo per lo più nate spontaneamente nei diversi tessuti sociali, e fin dai tempi antichi tramandate oralmente.

È proprio l’assenza di morale uno degli aspetti che rendono le fiabe uno strumento molto efficace nella terapia con gli adulti. Esse infatti sono totalmente prive di giudizio: i personaggi sono liberi di vivere i propri limiti e di sbagliare e sbagliare nuovamente, perché tutto è funzionale al percorso verso la loro realizzazione. La morale preconfezionata, al contrario, blocca la libertà di azione e di pensiero, limitando il libero arbitrio e l’efficacia terapeutica della metafora. 

Visto che generalmente tratto di fiabe, mi piacerebbe concludere questo post con una favola, che al contrario di molte altre, mi piace parecchio, perché originale e libera, come tutte le opere di Gianni Rodari. Si intitola… LA PAROLA PIANGERE, tratta dal libro “Favole al telefono”… buona lettura!

LA PAROLA PIANGERE

Questa storia non è ancora accaduta, ma accadrà sicuramente domani. Ecco cosa dice.

Domani una brava, vecchia maestra condusse i suoi scolari, in fila per due, a visitare il Museo del Tempo Che Fu, dove sono raccolte le cose di una volta che non servono più, come la corona del re, lo strascico della regina, il tram di Monza, eccetera.

In una vetrinetta un po’ polverosa c’era la parola “Piangere”.

Gli scolaretti di Domani lessero il cartellino, ma non capivano.

– Signora, che vuol dire?

– È un gioiello antico?

– Apparteneva forse agli Etruschi?

La maestra spiegò che una volta quella parola era molto usata, e faceva male. Mostrò una fialetta in cui erano conservate delle lacrime: chissà, forse le aveva versate uno schiavo battuto dal suo padrone, forse un bambino che non aveva casa.

– Sembra acqua – disse uno degli scolari.

– Ma scottava e bruciava – disse la maestra.

– Forse la facevano bollire prima di adoperarla?

Gli scolaretti propio non capivano, anzi cominciavano già ad annoiarsi. Allora la buona maestra li accompagnò a visitare altri reparti del Museo dove c’erano da vedere cose più facili come: l’inferriata di una prigione, un cane da guardia, il tram di Monza, eccetera, tutta roba che nel felice paese di Domani non esisteva più.

 

 

ILLUSTRAZIONE DI Marjolaine Leray.